Il 30 GENNAIO 2022 ore 14.59 era apparso sul web questo articolo
… guida un Paese in cui il 95% delle imprese ha meno di 15 dipendenti, un mondo dal quale è estremamente distante che tuttavia lo acclama come salvatore. La filosofia del presidente si direbbe essere quella espressa più volte dall’economista …: “La micro e piccola impresa italiana va decimata”. Una posizione che potrebbe avere una logica ma rischiosa: distruggere la microimpresa significherebbe cancellare un patrimonio non solo economico, ma anche culturale, immenso e probabilmente snaturerebbe il nostro Paese portandolo a confrontarsi con realtà puramente produttive con le quali non potrà mai competere per le proprie carenze strutturali, istituzionali, e fiscali. Una strada che va interrotta immediatamente. …, lo dice da anni: “La micro e piccola impresa italiana va decimata”.
Questa è anche, da sempre, la filosofia di …, che proprio per questo non dovrebbe essere il Presidente
del Consiglio di un Paese in cui il 95% delle imprese sono inferiori ai 15 dipendenti, e la maggioranza
di esse sono famigliari.
… invece premier lo è, e la cosa davvero bizzarra è che quella stessa maggioranza di microimprese che, al
pari di …, si è sempre proposto di distruggere, lo acclama come salvatore della Patria. Tuttavia, la posizione di … (e di quasi tutti gli economisti), sul piano squisitamente tecnico ha una sua logica. L’Italia, tra le grandi economie, è l’unica polarizzata alla microimpresa, e questo sul piano della produttività; quindi, della competitività che ad essa è indissolubilmente legata, è un handicap non da poco. Per capirlo meglio è sufficiente confrontare gli indici di produttività negli ultimi 25 anni.
In Italia, nel periodo 1995-2019 l’indice generale di produttività è stato dello 0,7%, assai inferiore a
quello medio della Ue28 (1,9%). In particolare, la produttività del lavoro è salita solo dello 0,3%, ma a fronte di una produttività del fattore capitale, addirittura in contrazione (-0,7%).
In buona sostanza, sul fronte del lavoro, questo significa che produrre un bullone oggi in Italia,
richiede più o meno lo stesso sforzo rispetto a 25 anni fa.
Ancora più importante è la produttività del capitale, perché è un indice che spiega quanto il capitale sia
utilizzato in modo efficiente per generare l’output.
In pratica, se cambiare degli utensili con altri dello stesso tipo può aiutare un’industria a non perdere
colpi, acquistare una macchina automatica dovrebbe invece aumentare l’output in maniera più che
proporzionale rispetto all’investimento effettuato.
Proprio questa maggiore capacità di investimento agevola le medie e grandi imprese, penalizzando i sistemi di microimprenditorialità diffusa come il nostro.
… (e …) quindi, sembrerebbe aver ragione, ma c’è più di un problema.
L’affermazione: “decimare la microimprenditorialità per contrastare il deficit di produttività e
competitività delle nostre imprese” non è affatto scontata, perché parte dal presupposto, tutto da
verificare, che avvenga una convergenza imprenditoriale che formi nuove realtà di dimensioni più
competitive.
Assai più probabile, invece, che il mercato finirebbe per rafforzare le major esistenti, le quali però,
sono in stragrande maggioranza di proprietà estera.
Decimare la microimpresa, quindi, avrebbe l’effetto immediato di un terremoto nell’economia
produttiva del Paese, che va ricordato, pur con tutte le sue debolezze, è la seconda potenza
manifatturiera della UE.
Cionondimeno, una spinta all’aggregazione imprenditoriale non potrebbe fare che bene, ma anche su
questo piano c’è un grosso problema.
La grande impresa può ottimizzare i cicli produttivi e le risorse finanziarie, ma per raggiungere la
piena competitività necessita di know-how, e di uno Stato efficiente con un sistema fiscale competitivo.
“E qui casca l’asino”, perché lo Stato italiano rappresenta per l’impresa nazionale, un divario di
competitività perfino superiore a quello datole dalle sue ridotte dimensioni.
Il paradosso è che le deficienze strutturali e fiscali dello Stato italiano sono tollerate ed ammortizzate
proprio grazie alla struttura di microimprenditorialità della sua economia, quella struttura che si
vuole distruggere.
L’impresa famigliare, infatti, è assai meno sensibile alle turbolenze macroeconomiche rispetto ad una
grande multinazionale che, in caso di difficoltà, non si fa alcuno scrupolo a chiudere tutto, o a
socializzare le perdite.
A parte l’aspetto puramente tecnico, va poi considerato che la nostra esagerata diversificazione
imprenditoriale, racchiude un patrimonio di know-how, manualità e genialità, che non trova eguali in
nessuna altra parte del mondo: è una caratteristica, che unita alla versatilità tipica della microimpresa
italiana, non potrebbe, in nessun modo, essere mantenuta in un contesto più grande e andrebbe
inevitabilmente perduta con una svolta aggregativa.
Insomma, quando si parla di decimare le microimprese si dovrebbero quanto meno fare dei distinguo,
perché ci sono tantissime microimprese che si sono ritagliate un ruolo importante, se non addirittura
determinante, perfino nell’attuale economia 4.0 e che rappresentano un tassello irrinunciabile per la
crescita e lo sviluppo del Paese.
Distruggerle significherebbe cancellare un patrimonio non solo economico, ma anche culturale,
immenso; probabilmente snaturerebbe il nostro Paese portandolo a confrontarsi con realtà puramente
produttive con le quali non potrà mai competere per le proprie carenze strutturali, istituzionali, e
fiscali.
Certo però dobbiamo ragionare su una nuova posizione di equilibrio del “Sistema Paese”, perché
continuando così l’Italia è destinata a fallire.
Il primo passo però, sarebbe una seria riforma dello Stato, partendo proprio dalle Istituzioni e dalla
Magistratura. Senza questa riforma “decimare le microimprese”, operazione peraltro scelleratamente in
atto, è solo il primo passo verso il baratro, un passo dal quale si dovrebbe, recedere immediatamente,
avviando un confronto aperto tra tutte le componenti politiche ed economiche scienziati, posto che ve
ne siano.
Questa ahimè, ad oggi, resta una vera utopia.
Ogni PMI, indipendentemente dal tipo di attività, custodisce un bene prezioso che rappresenta la ricetta del proprio successo.
Il termine know-how si riferisce all’insieme delle conoscenze pratiche, competenze tecniche e abilità
operative che un’azienda accumula nel tempo. È un patrimonio immateriale ma di fondamentale importanza, che deriva dall’esperienza, dall’innovazione e dall’apprendimento continuo. Questo bagaglio di conoscenze comprende metodi di lavoro, segreti industriali, tecniche di produzione, strategie di mercato soluzioni creative ai problemi quotidiani.
Il know-how di un’azienda non si costruisce dall’oggi al domani. È il risultato di un lungo processo che
richiede sacrifici, dedizione e impegno costante da parte dell’imprenditore. Questo processo è spesso
accompagnato da sfide quotidiane, rinunce personali e professionali, e un’incessante ricerca di
miglioramento.
L’imprenditore è il cuore pulsante della PMI. È colui che, con passione e tenacia, guida l’azienda attraverso i momenti difficili e ne celebra i successi. Ma questo ruolo comporta anche grandi sacrifici: l’imprenditore
dedica una quantità enorme di tempo e risorse all’azienda, spesso ben oltre l’orario normale,
sacrificare tempo prezioso alla famiglia, vacanze e momenti di svago e l’investimento di capitali
personali. Questo incessante impegno e i sacrifici personali sono parte integrante del percorso che porta
all’acquisizione di competenze e conoscenze per costruire un know-how solido.
La strada dell’imprenditore è raramente priva di ostacoli. Difficoltà finanziarie, crisi economiche,
cambiamenti normativi e concorrenza agguerrita sono solo alcune delle sfide che deve affrontare. La capacità di resistere e adattarsi a queste avversità è ciò che permette di accumulare un know-how prezioso e di valore.
Spesso noi imprenditori pensiamo alla nostra azienda come una “creatura” alla stregua di un figlio a cui
prestare attenzione e dedizione in modo che nulla possa mancare alla sua crescita e al suo benessere. Per
questo che si è sempre alla ricerca di risorse, sperimentiamo nuove tecniche, tecnologie e processi produttivi.
Questa dedizione all’innovazione permette all’azienda di rimanere competitiva e di acquisire
competenze sempre più avanzate.
La cura dei dettagli è una caratteristica distintiva di ogni imprenditore attento e scrupoloso. Ogni piccolo
miglioramento nei processi produttivi, ogni attenzione alle esigenze del cliente e ai collaboratori,
contribuisce a costruire un know-how solido e affidabile.
La formazione continua non è semplicemente un investimento nei dipendenti, ma anche su se stessi.
Partecipazione a eventi che offrono opportunità di networking, scambio di idee e aggiornamento sulle
ultime tendenze del mercato, così come essere attivi ad associazioni di categoria e gruppi di lavoro,
rappresenta il modello di crescita professionale per l’imprenditore.
Questo lungo e difficile processo di acquisizione del know-how si traduce in un patrimonio di valore
inestimabile per l’azienda. Ogni esperienza vissuta, ogni problema risolto e ogni successo ottenuto
aggiungono un tassello a questo patrimonio. Il know-how diventa così un bene prezioso, capace di
garantire la continuità e la prosperità dell’azienda.
Il tessuto economico italiano è caratterizzato da una fitta rete di Piccole e Medie Imprese (PMI) che, con il
loro know-how, rappresentano un valore inestimabile per il territorio.
Le PMI non sono solo unità economiche; sono veri e propri presidi di competenze sul territorio. Il know-how accumulato nel tempo diventa un bene prezioso che va oltre i confini dell’azienda stessa. Contribuisce allo sviluppo economico locale, crea posti di lavoro, favorisce la formazione di nuove competenze e sostiene l’indotto. Quando una PMI prospera, tutto il territorio ne beneficia.
La complessità burocratica e la rigidità delle regolamentazioni possono soffocare le PMI, rendendo difficile per loro operare in maniera efficiente e concentrarsi sulla crescita e l’innovazione. Secondo i dati del Ministero del Lavoro, circa il 70% delle sentenze nei tribunali del lavoro sono a danno delle aziende. I
giudici del lavoro, nella quasi totalità dei casi, tendono a favorire il dipendente a scapito dell’impresa. Questo atteggiamento può essere dannoso, soprattutto per le PMI che, rispetto alle grandi aziende, hanno meno risorse per sostenere lunghi contenziosi legali. Spesso, le ragioni dell’impresa sono ignorate, portando a decisioni che possono danneggiare irreparabilmente l’azienda.
Prima di giudicare l’operato di un’azienda o porre in atto sanzioni, sarebbe opportuno comprendere le
motivazioni che hanno portato a quel comportamento. Spesso, gli imprenditori, a causa del complesso
apparato normativo, devono affidarsi al buonsenso e ai propri valori. Proponiamo un approccio fuori dagli schemi ma di sicuro impatto:
Visite Preventive – prima di comminare una multa o emettere una sentenza, le autorità dovrebbero visitare l’azienda e osservare direttamente il contesto operativo. Questo permetterebbe una comprensione più completa delle circostanze specifiche e delle sfide che l’imprenditore affronta quotidianamente.
Colloqui con l’Imprenditore e il Team – intavolare un dialogo con l’imprenditore e il suo team prima di
prendere decisioni sanzionatorie. Questi colloqui possono fornire preziose informazioni sulle difficoltà
operative e sulle ragioni che hanno portato a determinate scelte aziendali.
Valutazione del Buonsenso – in molti casi, gli imprenditori si trovano costretti a prendere decisioni basate
sul buonsenso piuttosto che su un’interpretazione letterale delle norme, a causa della loro complessità e
talvolta contraddittorietà. Riconoscere l’importanza del buonsenso imprenditoriale può aiutare a prendere
decisioni più equilibrate e meno punitive.
Collaborazione Proattiva – invece di adottare un approccio punitivo, gli enti di controllo e riscossione
dovrebbero agire come partner delle aziende, fornendo consulenza e supporto per aiutare le imprese
conformarsi alle normative senza compromettere la loro operatività.
Implementare queste soluzioni potrebbe rappresentare un passo verso l’innovazione da parte della pubblica amministrazione. Un approccio più umano e comprensivo non solo faciliterebbe la conformità alle norme, ma promuoverebbe anche un ambiente di fiducia e collaborazione tra le PMI e le autorità. Questo, a lungo termine, contribuirebbe a un tessuto economico più solido e resiliente, capace di sostenere la crescita e l’innovazione delle piccole e medie imprese.
A differenza delle grandi aziende e delle multinazionali, le PMI sono distanti dal mondo della finanza. Le
operazioni di Mergers & Acquisitions sono strumenti potenti per garantire la continuità aziendale, ma sono raramente accessibili per le PMI. Spesso non si hanno le competenze interne o le risorse necessarie per accedere ai complessi strumenti finanziari disponibili nel mercato delle fusioni e acquisizioni. Le PMI hanno generalmente risorse finanziarie limitate e trovano difficile competere con le grandi aziende che possono attrarre investitori e ottenere finanziamenti con maggiore facilità.
Da qui la necessità che le istituzioni riconoscano il valore del know-how delle PMI e adottino politiche
mirate a preservarlo. Favorire la continuità dell’impresa attraverso agevolazioni fiscali e incentivi per il
passaggio generazionale.
La dispersione del know-how rappresenta una perdita significativa non solo per l’azienda, ma per
l’intero territorio. È necessario un cambiamento culturale e istituzionale che riconosca il valore delle
PMI e le supporti adeguatamente. Questo include politiche di sostegno alla successione aziendale,
riduzione della burocrazia, e un atteggiamento più equo e collaborativo da parte degli enti di controllo
e dei tribunali. Il know-how delle PMI è un tesoro da custodire e valorizzare. È un bene comune che
arricchisce il territorio e che deve essere protetto e tramandato. Solo attraverso un approccio integrato e consapevole si potrà preservare il prezioso patrimonio di know-how accumulato dalle PMI,
garantendo così un futuro prospero e sostenibile per le generazioni future.