FAR CRESCERE LE PMI: UNA RICCHEZZA PER IL NOSTRO PAESE

Le PMI italiane sono circa 206mila, vale a dire il 4,86% del tessuto imprenditoriale italiano e sono responsabili, da sole, del 41% dell’intero fatturato generato in Italia, del 33% dell’insieme degli occupati del settore privato e del 38% del valore aggiunto del Paese. Contano tra i 10 e 249 addetti e un giro d’affari tra 2 e 50 milioni di euro. La recente emergenza sanitaria ha messo a rischio queste aziende: tra il 2019 e il 2020 i loro ricavi sono calati del 8,8% (dati Cerved 2021). Le PMI sono una risorsa da difendere perché creano occupazione soprattutto a livello locale: il tessuto sociale italiano è costruito anche grazie a loro. Si può dire che il nostro è il paese delle piccole e medie imprese. Contribuiscono al benessere delle comunità, a livello economico e occupazionale. Pensiamo alle aree geografiche più isolate, dove per molto tempo abbiamo assistito al fenomeno dell’emigrazione. In alcune zone, ancora oggi per avere un lavoro è necessario lasciare il proprio territorio e spostarsi altrove, magari verso i grandi centri. Un altro aspetto da considerare è quello fiscale: le PMI pagano le tasse in Italia quando i grandi colossi tendono a spostare centri produttivi e fiscali all’estero.

Ma come tutelare le PMI? Rendendole più forti e competitive, anche a fronte di un modello troppo spesso ancora di tipo padronale. L’azienda padronale nasce da un lavoratore che, con sacrificio e dedizione, diventa imprenditore. Se da un lato questo tipo di impresa sembra garantire una certa stabilità, dall’altro il rischio è quello di rimanere in una struttura chiusa e rigida che riduce il suo valore competitivo sul mercato.

Di seguito alcuni step funzionali ad aumentare il valore di una PMI di tipo padronale.

Creare un albero organizzativo

Troppe PMI hanno ancora un “capo” che vuole controllare tutto. All’interno dell’azienda si rivolgono a lui per le questioni più disparate: un modello di gestione che non funziona in nessun caso. Definire i ruoli e le gerarchie è fondamentale anche nelle strutture più piccole. Molti titolari pensano di agire per il bene dell’azienda accentrando su di sé tutte le funzioni. Ma a lungo termine questo atteggiamento provoca un malcontento generale che poi traduce, per l’imprenditore, in un grande stress, nervosismo e poca fiducia nei collaboratori proprio perché questi non sono resi responsabili del loro ruolo. È importante invece distinguere almeno quattro “professionisti” diversi con funzioni ben separate: amministrazione, produzione, marketing e vendita.

Implementare un processo di delega

Conseguenza diretta del punto precedente, imparare a delegare significa ottimizzare la struttura aziendale. Gli imprenditori che utilizzano la cosiddetta delega da fattorino (ossia un metodo basato su istruzioni rigide e direttive) dimostrano di considerare i collaboratori solo degli esecutori. La delega di responsabilità invece aiuta il titolare ad alleggerirsi da un carico di impegno e permette i collaboratori di assumere ruoli più qualificanti. La conseguenza è un incremento della produttività insieme ad un miglior ambiente di lavoro.

Selezionare attentamente le risorse e formarle

Affidarsi a conoscenze o al proprio istinto per trovare nuove risorse non è più sufficiente. Un’adeguata selezione del personale può sembrare una perdita di tempo per l’imprenditore ma è un investimento importantissimo per lo sviluppo di tutta l’impresa e anche del territorio. Un altro errore comune è quello di pensare che le figure senior non abbiano bisogno di essere formate. Prevedere un percorso di potenziamento delle skills, sia hard che soft, riduce il rischio di turn over e aumenta la motivazione e il coinvolgimento dei lavoratori. Potranno guardare al futuro solo coloro che baseranno i loro investimenti sul capitale umano.

Comprendere la potenzialità della digitalizzazione

Ma le PMI italiane sono mature? Da un punto di vista dell’innovazione, soltanto il 26% delle nostre piccole e imprese può considerarsi matura. Sono ancora poche le PMI che mostrano un buon orientamento al digitale e possiedono le carte in regola necessarie per sviluppare il proprio business alla luce della digital transformation e rimanere competitive sul mercato. Ciò è emerso da un’indagine dell’Osservatorio che ha messo a punto un modello di classificazione in grado di distinguere i differenti livelli di maturità digitale delle PMI.

Un modello per misurare la maturità digitale delle PMI

Abbiamo già parlato delle PMI, indicando le quattro strade da percorrere in tal senso: visione strategica del top management, figure dedicate e cultura digitale dell’organizzazione, processi aziendali interni e processi esterni di interfaccia con fornitori, partner e clienti. Intersecando queste quattro dimensioni è possibile individuare un quadro puntuale di quella che è la maturità digitale delle PMI italiane. In che modo esattamente?

L’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI – a partire da una rilevazione che ha coinvolto un campione di 1538 aziende, rappresentative delle piccole-medie imprese italiane – ha messo a punto un modello di classificazione che distingue 4 profili di PMI. A ognuno di questi profili è quindi associabile un punteggio, o meglio un digital maturity score, calcolato in base alle dimensioni prima citate.

Come funziona il modello dell’Osservatorio

Il modello si pone l’obiettivo di descrivere e meglio comprendere l’approccio delle PMI italiane alla digital transformation. Per fare questo, è stata svolta un’analisi econometrica che, partendo da 14 variabili osservate relative ai quattro assi di analisi: interesse del vertice, organizzazione e cultura, processi interni, relazioni esterne, ha permesso di ricostruire quelli che possiamo definire come quattro classi o profili d’impresa.

L’analisi permette anche di capire quali siano i fattori che determinano l’appartenenza a una specifica classe, cioè di comprendere l’impatto di alcune variabili, quale settore, orientamento (prodotto o servizio), classe di addetti, mercato di riferimento (B2b o B2c) e localizzazione geografica.

Come è assegnato il punteggio ai diversi profili

Per ogni classe è stato poi calcolato un digital maturity score, con valore tra 0 e 1, dato dalla media aritmetica dei punteggi relativi a tre delle quattro dimensioni analizzate (visione strategica, processi interni, processi esterni). La scelta di non tenere conto della presenza di figure interne dedicate ai fini della digital maturity score deriva dal fatto che, la scelta di non prevedere figure interne focalizzate sul digitale nelle PMI, non implica di per sé un livello di maturità inferiore. Le imprese potrebbero infatti ritenere più efficiente ed efficace avvalersi di competenze e figure esterne all’azienda che possano accelerare meglio la trasformazione digitale dell’organizzazione e del business.

Va sottolineato che sono state prese in considerazione per lo più tecnologie di base. Una digital maturity score vicino ad 1 indica quindi non un livello di digitalizzazione avanzato ed evoluto, ma il possesso di caratteristiche fondamentali per poter sfruttare il digitale in maniera strategica a favore del business aziendale.

Quali sono i profili individuati dal modello

  1. PMI digitally mature (=88%): imprese che mostrano un buon orientamento al digitale in tutte e tre le dimensioni analizzate, mostrando di possedere le caratteristiche necessarie per sviluppare il proprio business alla luce della digital transformation e, di conseguenza, rimanere competitive sul mercato. Fa parte di questo gruppo il 26% del totale delle PMI.
  2. PMI inward-oriented (=69%): imprese che traducono la loro vision digitale principalmente nello sfruttare le tecnologie per migliorare i processi interni, quali ad esempio contabilità, monitoraggio del magazzino e delle vendite e supporto al lavoro in mobilità. Fa parte di questo gruppo il 28% delle piccole-medie imprese.
  3. PMI outward-oriented (=63%): imprese che traducono la propria propensione al digitale primariamente nell’applicare le tecnologie per aumentare le vendite, migliorando i processi rivolti all’esterno dell’organizzazione. Le PMI appartenenti a questo gruppo valgono il 20% del totale ecosistema di riferimento.
  4. PMI digitally immature (=38%): imprese che, seppur consapevoli del ruolo chiave del digitale nel mercato, non hanno intrapreso alcun percorso di trasformazione digitale. Fa parte di questo gruppo il 26% delle piccole-medie imprese.